jueves, 27 de noviembre de 2014

Intervista a Federica Pistono, traduttrice de “Dita di datteri” di Muhsin Al-Ramli

Intervista a  
Federica Pistono, traduttrice e curatrice de
Dita di datteri” di Muhsin Al-Ramli
di Iannozzi Giuseppe
1.Dita di datteri” (Cicorivolta edizioni, 2014) di Mushin Al-Ramli, romanzo da te tradotto e curato, Federica Pistono, è (anche) una storia di formazione oltre ad essere uno spaccato storico dell’Iraq di Saddam Hussein?
-  Sicuramente è la storia di una maturazione nella condizione esistenziale del migrante. Il protagonista fugge giovanissimo dal natio Iraq per approdare in Spagna dove diventa adulto: come ogni migrante, deve necessariamente lasciarsi alle spalle una parte di se’ e reintegrare il suo io amputato, privato delle categorie di pensiero della cultura di appartenenza, con valori e stili di vita nuovi. In questo senso il personaggio si crea una coscienza e un modo di sentire europei. Quindi, da questo punto di vista, siamo di fronte a una storia di formazione.
2. Rispetto ad altri autori contemporanei di fede islamica da te tradotti, a tuo avviso, in che cosa si differenzia maggiormente la scrittura del piuttosto giovane Mushin Al-Ramli?
- Spesso i romanzi arabi contemporanei, specialmente quelli provenienti dalle aree devastate dalle guerre degli ultimi anni, come Iraq, Siria o Palestina, sono storie tragiche, affrontano i temi della dittatura, del carcere, della tortura, della guerra, della morte. Lo fa anche Muhsin Al- Ramli, che tratta nel suo romanzo tutti questi temi, dalla dittatura di Saddam, alla vicenda del padre del protagonista arrestato e torturato in carcere fino a riportare lesioni permanenti, ai lutti della guerra Iran- Iraq. Ma lo fa con una certa levita’, con una vena di sottile ironia che pervade tutto il libro, anche i passi più drammatici. Per questo ho amato subito questo romanzo, per la sua capacità di far riflettere il lettore senza precipitarlo nell’angoscia.
3. Selim, il protagonista principale ma non unico, di “Dita di datteri”, nel suo paese vive una breve e intensa storia d’amore con Alia. Purtroppo la ragazza muore affogata nel fiume Tigri, nonostante l’impegno di Selim e di suo padre Nuah di strapparla alla morte. Selim non riesce a dimenticarla. Forse non può. Conosce altre donne, ma non ha con loro dei rapporti sessuali completi; e sempre il ricordo lo spinge verso il fantasma di Alia, lasciandolo prostrato e solo, spingendolo anche a masturbarsi ripensando all’unica ragazza che ha veramente amato. E’ Selim un cuore romantico, o piuttosto è un uomo incapace di andare avanti, un disfattista che non crede più nella vita e nella possibilità di incontrare un’altra anima gemella?
- Selim è, a mio avviso, un cuore ferito, che ha bisogno di tempo per guarire. Per anni si lascia infatti dominare dal fantasma di Alia, il cui ricordo porterà con se’ per sempre, come una delle cose più preziose che la vita gli abbia donato.Nel corso del suo soggiorno madrileno però conosce Fatima, se ne innamora, ricambiato, e decide di sposarla. Certo, si tratta di un amore diverso, più maturo, non più della passione folle provata per Alia, ma nella vita non si torna indietro, si può solo provare ad andare avanti. E Selim riesce finalmente a far pace con il passato e ad attingere, se non alla felicità, almeno alla serenità.
4. Il rapporto padre-figlio, in “Dita di datteri”, non è dei migliori; a ragione si può dire che è molto teso. “Scrivi quello che ti pare. Non può capitare niente di peggio di quello che è già successo… E’ un mondo fottuto. […]”, dice Nuah al figlio. Selim, con sua grande meraviglia, ritrova il padre, a Madrid. Ma è cambiato. E’ molto cambiato. Non ha più la barba. Ha cominciato a perdere i capelli, che adesso tiene acconciati in maniera piuttosto vistosa. Selim non capisce. Non lo riconosce. L’uomo, che ha amato e rispettato, è adesso un’altra persona! Selim è ben lontano dal sospettare che il padre cova nell’animo il seme della vendetta. E Selim nemmeno sa che il padre è suo malgrado costretto a vivere una profonda “lotta interiore”, fra “due fuochi”.
Come descriveresti il rapporto fra Nuah e Selim?
- Sicuramente si tratta di un rapporto costruttivo. Difficile, a volte doloroso, ma certamente positivo per entrambi. Nuah, il padre, e’ un personaggio problematico, un uomo dalla doppia personalità, un cuore lacerato tra Oriente e Occidente. Sembra essersi integrato molto bene nell’ambiente della discoteca che gestisce a Madrid, con il suo look stravagante e i suoi modi anche troppo disinvolti. In realtà nasconde il progetto di un’oscura vendetta, fondata su un giuramento sacro fatto al proprio padre. Un giuramento che gli costa molto assolvere, di cui vorrebbe liberarsi, un impegno che rinvia inevitabilmente al rapporto mai risolto con suo padre, il terribile mullah Mutlaq. Mentre il rapporto di Nuah con Mutlaq era fondato sull’ubbidienza cieca del figlio verso il padre, il rapporto di Nuah con Selim è basato sul confronto. Quindi, mentre il rapporto di Nuah con il padre porta alla rovina il figlio, il rapporto di Nuah con Selim concede al giovane una possibilità di salvezza, di affrancamento dal passato, negata invece al padre.
5. Selim, per motivi politici, è stato costretto a lasciare il suo amato paese. Non ha però dimenticato quelle che sono le sue origini, non c’è difatti giorno che Selim non raccolga notizie, perlopiù foto, dell’Iraq, ritagliandole dai quotidiani. Il suo piccolo appartamento è pieno zeppo di foto di un Iraq che stenta a riconoscere. Saddam Hussein l’ha costretto a scegliere la via dell’esilio. La sua famiglia, rimasta in Iraq, è stata umiliata e offesa, per dirla con una formula dostoevskijana. Tu, Federica Pistono, pensi fosse nelle intenzioni di Muhsin Al-Ramli dar vita a un romanzo, per metà tradizionale e per metà dostoevskijano?
- Non credo che fosse intenzione dell’Autore scrivere un romanzo anche solo in parte “dovstoevskijano”. Non perché non conosca il grande maestro russo, ma perché l’umiliazione e l’offesa sono esperienze quotidiane dei singoli e delle famiglie che vivono sotto il tallone delle dittature. Noi che siamo nati in Europa molto dopo la guerra, non abbiamo idea, se non attraverso la lettura dei romanzi, di quello che possono aver passato in questi ultimi decenni gli Iracheni o anche i Siriani. Ecco perché l’amore di Selim per l’Iraq si risolve tutto all’interno dell’appartamento, con il rito della contemplazione delle foto attaccate alle pareti. Selim sa che la sua amata patria può essere soltanto vagheggiata nei sogni e nei ricordi, non più essere un luogo reale cui fare ritorno.
6. In “Dita di datteri” l’autore mette in evidenza le diversità che intercorrono fra il suo paese, arabo e musulmano, con quello che lo ospita, un paese europeo prevalentemente cattolico. L’autore, quasi a malincuore, comprende/ammette che l’Europa fa del suo meglio affinché la libertà e i diritti umani (di tutti) vengano rispettati. Per spiegare questa verità – sempreché la si possa così definire –, Muhsin Al-Ramli rifiuta di affidarsi alla razionalità; sceglie invece un confronto fra Oriente e Occidente su un piano puramente emozionale. Non sarebbe forse stato più conveniente e convincente delineare un confronto basato sulla storicità dei fatti? Federica Pistono, tu pensi che quella dell’autore sia stata una scelta conveniente, e se sì, per quali motivi?
- Il confronto presente nel romanzo non è certo un confronto polemico, non credo fosse intenzione dell’Autore dimostrare la superiorità di un mondo sull’altro. Sarebbe una cosa priva di senso. Il confronto, inoltre, avviene tra due piani temporali diversi. La Spagna rappresenta il presente, l’età adulta, l’Iraq simboleggia il passato, l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza. Per questo non può essere evocato se non attraverso la cifra del ricordo, attraverso il prisma della nostalgia e del rimpianto. Un raffronto basato sui fatti attiene al saggio, più che al romanzo.
7. Selim incontra una ragazza cubana, che gli si offre, prima con il corpo, poi, forse, anche con l’anima. Tuttavia Selim non riesce a far molto con lei. Il ricordo di Alia non gli lascia pace. Ma Selim la vuole sul serio la pace interiore, e la ricerca sul serio una nuova vita, di serenità e amore?
- Selim ha bisogno di tempo per guarire. E poi forse ha bisogno di un amore vero per vincere e superare il ricordo di Alia, un’avventura, magari frettolosa e squallida, non farebbe che acuire il suo dolore.
8. “Dita di datteri” reca due dediche, una all’Iraq, l’altra alla Spagna “porto di pace dopo un lungo cammino di guerre”. Secondo il tuo metro di giudizio, in che misura Mushin Al-Ramli ha assorbito e fatto suo il background culturale e politico europeo?
- Muhsin Al-Ramli vive in Spagna da 1995, mi pare. Insegna all’università, è giornalista e traduttore. Le sue sofferenze di migrante le porterà sempre con se’, come il ricordo del fratello, un grande poeta iracheno trucidato dal regime.
 Penso che, per sopravvivere, abbia dovuto necessariamente integrare il background culturale e politico europeo. In quale misura lo abbia fatto, però, bisognerebbe chiederlo a lui.
9. Dopo la fine della dittatura di Saddam Hussein, oggi, in Iraq si sta meglio, o è forse più giusto dire che regna il caos, un caos voluto e portato avanti dagli USA?
- Sappiamo tutti benissimo che in Iraq oggi regna il caos, anche i bambini hanno sentito parlare delle gesta dell’Isis e del suo psicopatico “califfo”. È altrettanto noto come, in origine, siano stati proprio gli Usa, con altri Stati, a finanziare alcune frange islamiste allo scopo di destabilizzare il Medio Oriente.
10. Di Inaam Kachachi, tu, Federica Pistono, hai tradotto e curato il romanzo “La nipote americana” (Cicorivolta, 2013). Ci sono dei possibili punti in comune fra Mushin Al-Ramli e Inaam Kachachi?
- Sono due romanzi molto diversi, anche se trattano gli stessi temi. Anzitutto, la Kachachi è cristiana, Al-Ramli e’ musulmano. Entrambi gli scrittori parlano di guerra e di esilio, di dittatura, torture e barbarie, in questo hanno molto in comune.È il tono, a mio avviso, a fare la differenza: drammatico e disperato quello della Kachachi, lieve e ironico quello di Al-Ramli.
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Muhsin Al-Ramli è nato in Iraq nel 1967. Poeta, romanziere, giornalista e traduttore, si è laureato in Filologia spagnola all’Università di Baghdad e ha conseguito il Dottorato in Filosofia e Filologia spagnola presso l’Università Autonoma di Madrid. Ha lavorato come giornalista in Iraq, Giordania e Spagna. Dal 1992 è membro dell’Associazione Traduttori Iracheni. E’ stato finalista all’IPAF (Arabic Booker Prize) del 2010 con Dita di datteri e nel 2012 con I giardini del Presidente.